RELAZIONI CHE AIUTANO

L’8 novembre alle 21 assieme alla Dott.ssa Lucia Ricci parleremo di RELAZIONI CHE AIUTANO. Lo faremo a Firenze, presso il Centro di Psicosintesi, in quella che fu la casa fiorentina dove visse Assagioli, il padre della psicosintesi, e questo è per noi un grande onore. 

Alla ricerca dell’altra faccia della malattia

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Epittetto scriveva “La malattia è un impedimento per il corpo, ma non necessariamente per la volontà”. Epitteto fu un filosofo, e non a caso si dice di “prendere la vita con filosofia”, però fu anche una persona malata, quasi sicuramente zoppa a secondo molti, con tutte le difficoltà di fare una diagnosi datata duemila anni, malato reumatico.

Quando scelsi questo motto per i miei gruppi di counseling per malati reumatici temevo una sorta di linciaggio, temevo cioè che non passasse il messaggio profondo di questa frase, ma una sorta di incitamento buonista e del “penso positivo” a tutti i costi, tanto poi la malattia ce l’abbiamo noi e ce la teniamo. Ma la storia andò molto diversamente e la realtà, come spesso accade, mi regalò un importante insegnamento quando, nel corso dei nostri incontri, un partecipante senza quasi darci troppo peso tirò fuori questa frase a suo modo rivoluzionaria “La malattia di da forza”.

Ora non sono certo qui a fare un elogio della malattia e credo che chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio, potendo scegliere, ne farebbe ben volentieri a meno. Ma qui sta il punto, non possiamo scegliere. Certo possiamo, e anzi direi che sarebbe saggio,  scegliere i medici e le terapie che più sentiamo giuste per noi e decidere di seguirle fino in fondo, e in questo modo possiamo fare molto, ma alla fine non possiamo scegliere di essere sani. La malattie si presenta come uno dei tanti misteri di fronte ai quali la nostra piccola ragione si deve inchinare e fare spazio.

Eppure tutti noi abbiamo esempi di persone che di fronte ad eguali difficoltà e malattie reagiscono in maniera assai diversa, chi si dispera e chi ne trae energia, chi le rifugge e chi le affronta a viso aperto e ancora chi vi fa amicizia. Ebbene tutti questi modo di approcciarsi alla malattia sono assolutamente e leciti, e, per dirla chiaramente, giusti, perché alla fine ciascuno di noi ha il diritto di affrontare o non affrontare la malattia come meglio crede, però ci sono degli atteggiamenti che oggettivamente si rivelano più adatti ed efficaci per mantenere una buona qualità di vita in presenza di una malattia.  

Il punto principale è questo: l’approccio alla malattia, la nostra reazione, può essere allenata, educata, può essere resa più funzionale al raggiungimento di una migliore qualità di vita. Il malato può quindi imparare a vivere meglio, ma c’è un punto di partenza imprescindibile, che deve volerlo e deve volerlo profondamente, perché al di là della, condivisibile, rabbia per la malattia, il suo desiderio principale non deve essere la vendetta, ma un egoistico volersi bene veramente, nel qui e ora, con quello che c’è, e quindi anche con la malattia.

Un termine molto usato in questo campo è quello di resilienza. In ingegneria la resilienza è la capacità dei materiali di piegarsi senza rompersi e questo mi sembra ne dia una chiara indicazione anche nel nostro campo. La resilienza è la capacità di affrontare positivamente le avversità, traendone energia e stimolo per una positiva reazione. Le persone resilienti di fronte alla malattia si dimostrano capaci di mantenere un atteggiamento positivo, di affrontare attivamente le difficoltà della malattia e di riuscire a trovare delle soluzioni attive. Il corretto atteggiamento mentale non garantisce la guarigione, ma sicuramente una buona vita e buoni affetti.

Sono quelle persone che le vediamo farsi forti nelle difficoltà, non scoraggiarsi, non hanno paura a mostrare la loro paura e questo le rende umane e forti allo stesso tempo. Queste persone sono autentiche e ci piacciono, ci viene voglia di seguirle. Ebbene, tutti noi possiamo diventare così. Ognuno con la proprie caratteristiche, resilienza e volontà possono essere allenate, costruite o ri-costruite, con una forza delicata possono uscire da noi e sorprenderci, permettendoci di essere noi stessi nonostante le difficoltà, nonostante la malattia cronica, nonostante il dolore, anzi, come forse direbbe quel partecipante al gruppo di counseling, grazie alla malattia, ma questa è la sua storia e ognuno di noi è giusto che viva la propria personale storia da scrivere sul propri diario della vita.

IO E ME STESSO Seminario esperienziale

Conoscere, Possedere e Trasformare

la Relazione con Se Stessi

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SABATO 23 MAGGIO 2015 ore 15,00-19,00

Spesso capita di agire in modi che ci eravamo ripromessi di cambiare, o di re-agire con stati d’animo e vissuti che pensavamo di aver superato. Attraverso l’impiego di tecniche esperienziali di gruppo, esploreremo il modo di ciascuno di relazionarsi a se stesso ed agli altri, per poterlo poi trasformare.

INFO E SCRIZIONI: 328.09.96.840 oppure info@luccapsicosintesi.it

Gruppi di Counseling per malati reumatici e loro parenti

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          “La malattia è un impedimento per il corpo, ma non necessariamente per la volontà”

Epitteto

Quali sono le finalità?

Saranno formati due gruppi, uno per i malati reumatici e uno per i parenti e per coloro che sono a vario titolo vicino ai malati. Saranno due spazi protetti dove ciascuno potrà portare liberamente, secondo i propri bisogni e desideri, le sue esperienze, difficoltà e il personale vissuto in relazione alla malattia cronica o alla vicinanza a persone malate. Impareremo ad aprirci e ad ascoltare e accogliere l’altro. Alterneremo momenti di condivisione a momenti di formazione e crescita. Il gruppo potrà così fornire un supporto per affrontare ed elaborare le proprie esperienze.

 

Chi siamo?

Organizzazione: Associazione ATMaR, sezione Pisa.

Conduzione dei gruppi: Dott. Vittorio Toschi, Counselor Professionista (C.N.C.P.)

Coordinamento: Dott. Massimiliano Pagni, Vicepresidente dell’Associazione ATMaR sez. Pisa.

 

Quando e dove?

Le date:  7 marzo- 21 marzo – 18 aprile – 9 maggio – 30 maggio

Il luogo: U.O. di Reumatologia (Edificio 20bis), Azienda Ospedaliera Pisana, via Roma 67 Pisa.

 

Per favorire il coinvolgimento di tutti i partecipanti, il gruppo potrà avere un massimo di 12 partecipanti e viene richiesto di partecipare, salvo cause di forza maggiore, a tutti gli incontri.

La partecipazione è a titolo gratuito per i soci dell’associazione ATMaR sezione Pisa

 

Informazioni ed iscrizioni: ATMaR tel 3475353912

Chi ha paura degli esami?

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Rassegniamoci: gli esami in un modo o nell’altro ci seguiranno per tutta la vita, e sempre accompagnati dalla loro dose di paure. Ma proviamo a vederla da un’altra posizione, magari la paura dell’esame può addirittura diventare un nostro alleato …

1     Anzitutto teniamo a mente che non siamo soli: ciascuno di noi ha paura di fronte ad un esame e per chi dice di non avere mai paura, forse è il momento di guardarsi dentro con maggiore attenzione.

2     La paura non è di per sé negativa, anzi una certa dose aiuta a superare l’esame: ci spinge a prepararci con maggiore attenzione (la buona preparazione è già di per sé un buon sistema per controllare la paura) e ci fornisce le energie per rendere al meglio al momento dell’esame.

3     Il contrario della paura non è l’assenza di paura, ma il coraggio, in altre parole affrontare la paura. Ci sono vari esercizi per farlo emergere e in una delle prossime pillole racconterò quello che io uso di solito.

4     Nei confronti della paura da esame i due atteggiamenti estremi sono sicuramente perdenti: negare la paura serve solo a farla diventare più forte; affrontarla di petto come fosse una sfida può vederci perdenti e sfiduciati nei confronti della nostra forza ed energia. La paura va anzitutto accettata: se la sentiamo, significa che soggettivamente c’è ed è giusto che ci sia. Possiamo ad esempio iniziare semplicemente dicendo a noi stessi: “Va bene, in questo momento sento la paura, non c’è niente di male in questo”.

5     Teniamo bene a mente quelle volte in cui non abbiamo permesso alla paura di bloccarci. Se siamo stati capaci di farlo una volta, significa che noi siamo capaci di farlo anche ora. Rievochiamo quel momento di coraggio, coltiviamolo nella nostra mente, rendiamolo concreto e reale nel qui e ora.

6    Proviamo a farci la domanda “cosa succede se l’esame va male?”. Molto probabilmente le conseguenze non sono così disastrose e irreparabili come la paura ci vorrebbe far credere. Ci saranno altri appelli, altri esami e altre opportunità, sempre tenendo presente che noi non sappiamo mai in profondità cosa è bene e cosa è male per la nostra vita.

7     Nessun contratto ci obbliga a superare, e magari brillantemente, tutti gli esami. Anzi, come dice Piero Ferrucci nel suo libro appena uscito La nuova volontà: “Se non passiamo un esame … abbiamo in mano informazioni preziose (che prima non avevamo) per capire come modificare le nostre idee e i nostri comportamenti.”

Ma se tutto questo non ci basta, un ultimo consiglio un po’ per gioco e un po’ no: se proprio il vostro esaminatore vi terrorizza, immaginatelo in bagno con i pantaloni tirati giù nel bel mezzo dello sforzo. Provateci, io l’ho fatto e vi assicuro che funziona!

Perché niente è come sembra

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Di recente ho ascoltato un bell’intervento di Gianrico Carofiglio all’inaugurazione dell’Anno Accademico della  Fondazione Campus di Lucca. A un certo punto, quasi a dire “guardate che quello che di cui vi parlo è reale”, lo scrittore racconta una storia vera, la sua storia. Allora magistrato in carriera (lui la definisce “l’altra vita”) ma con velleità mai sopite di scrittore, Carofiglio viene, forse ingiustamente, scartato per un posto di grande prestigio e responsabilità. E’ amareggiato e profondamente deluso e arrabbiato, ma questo episodio negativo fa sì che trovi energie e tempo, e forse anche la motivazione, per concludere il suo primo libro e iniziare quella carriera che l’ha portato a realizzare il suo sogno di sempre diventando uno scrittore di successo.

Questo racconto mi ha ricordato quella vecchia storia, quasi una filastrocca …. In breve dice più o meno così: un vecchio uomo molto povero possiede solo un bel cavallo. Un giorno il cavallo scappa via e tutti dicono “che sfortuna” e il vecchio “chi lo sa se è una sfortuna o una fortuna”. Dopo una settimana il cavallo ritorna accompagnato da un altro stallone selvatico, e tutti dicono “che fortuna” e il vecchio “chi lo sa se è una fortuna o una sfortuna”. Il giorno successivo il figlio del vecchio, cercando di domare il nuovo arrivato, cade e si frattura una gamba, e tutti dicono “che sfortuna” e il vecchio “chi lo sa se è una sfortuna o una fortuna”. Pochi giorni dopo arriva l’esercito per arruolare giovani per la battaglia e il figlio del vecchio è scartato a causa dell’infortunio e tutti dicono “che fortuna” e il vecchio “chi lo sa se è una fortuna o una sfortuna”. Questa storia non finisce mai, perché noi non possiamo mai sapere davvero quello che è bene o male, anche perché, semplicemente, non conosciamo il futuro, così come non si può conoscere il contenuto di un libro semplicemente leggendone una frase.

Ma a questa saggia storia Carofiglio aggiunge qualcosa di più potente, ovvero il fatto che le sue parole sono frutto di una realtà di vita vissuta e questo dà al messaggio una forza nuova, regalandoci l’idea chiara che quella filastrocca non è un abile strumento consolatorio, ma una realtà.

Quindi se pensiamo a tutto il chiacchiericcio interno che quotidianamente ci dice questo va bene e questo no, e se anche pensiamo a tutte le fatiche e tutte le frustrazioni e tutte le rabbie che ciò si porta dietro, allora forse quello che possiamo fare è provare ad abbassare consapevolmente un po’ il volume di tutto questo.  Insomma non si tratta certo di farlo cessare, tra l’altro si tratterebbe di un’ipotesi praticamente irrealizzabile, ma di provare a dargli sempre meno ascolto.

E ci sono almeno tre buoni motivi per provarci:

1 – ascoltare questo continuo chiacchiericcio interiore non ci serve a niente, se non ad arrabbiarci e irritarci, e anche questo non ci serve a niente. Si tratta di un atteggiamento inutile e disfunzionale al nostro benessere.

2 – anche i nostri rapporti con gli altri saranno più distesi e fluidi se non avremo tutte le energie impegnate a seguire continuamente tutti i nostri piccoli questo mi piace e questo non mi piace, questo va bene e questo non va bene.

3 – ma soprattutto il motivo per cui non ha senso dare un grande ascolto a questo chiacchiericcio interiore è che le evidenze dicono che non c’è motivo di credergli, perché è davvero impossibile sapere prima se ciò che ci accade è davvero una fortuna o una sfortuna.

Difficile da realizzare?

Vero, anzi molto vero, ma forse vale la pena di provarci.

Quando anche annoiarsi diventa un lusso

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Vacanze d’estate. Ieri la famiglia con cui condividiamo il giardino è stata tutto il giorno in barca. Oggi è un giorno di nuvole e di vento: è un buon giorno per bighellonare tra sdraie fuori e poltrone dentro. A metà pomeriggio la bambina di dieci anni dice alla mamma che si sta annoiando; lei, con tutta naturalezza, risponde “la vacanza serve anche per annoiarsi”. Una risposta insolita, ma che subito mi pare molto saggia.

E in effetti, se la vacanza vuole essere un qualcosa di diverso dal resto dell’anno per le nostre vite spesso troppo piene (per necessità e per scelta), allora permetterci uno spazio fisico e mentale per poterci annoiare senza sensi di colpa, questo pare davvero un interessante indicatore di quello stacco che spesso diciamo di volere senza poi cercarlo veramente. Se, quindi, a volte ci capita di annoiarci, proviamo a togliere ogni connotato negativo a questo termine, perché se io ci penso bene, e forse se ci pensiamo bene tutti, dalla noia sono spesso nate le nostre idee più creative e forse anche più autentiche e dalla noia siamo spesso usciti ristorati e pieni di energie.

E con questo lungi da me voler scrivere un elogio della noia come caratteristica di vita, né di sposare appieno il pensiero di Leopardi che “la noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani”, ma è pur vero che momenti di noia possono essere molto sani e vanno salutati come una buona notizia, non scacciati con terrore. La noia ci permette di starcene con noi stessi, una pratica che sta sfortunatamente passando di moda.

Questo fine settimana sarò ad un ritiro di meditazione.

E che (anche) noia sia.